Intervista a Davide Cencini

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Qualche giorno fa, ho parlato dell’opera di Davide Cencini nel mio articolo sulla saga di Darkwing. Oggi,  Davide ci parlerà del suo universo, dei suoi progetti e del fantasy italiano in generale.

Ciao Davide, grazie per avermi permesso d’intervistarti. Allora, come mai hai deciso di scrivere una saga fantasy?

Un irrefrenabile desiderio di farmi del male? (ride). In realtà è molto semplice, non riuscivo a trovare il fantasy che volevo leggere e a un certo punto ho deciso di scriverlo. Cercavo qualcosa che mescolasse umorismo, un tipo di azione dal taglio cinematografico e tematiche che ci toccano nella nostra vita quotidiana. L’ispirazione è venuta da alcune idee per storie e fan-fiction che ho avuto quando ero ancora al liceo. Mia moglie Rita, con gli schizzi che faceva sul suo diario di scuola e poi con il suo supporto negli anni successivi, mi ha aiutato molto a concretizzarle, a dar loro forma. Dai primi prototipi, che risalgono addirittura agli anni 2000, Darkwing ha subito una lunghissima evoluzione che mi ha portato pian piano a perfezionarlo e a pubblicarlo in varie forme fino alla sua incarnazione attuale. È stato un viaggio che ha accompagnato tutta la mia vita adulta e che finirà probabilmente quando andrò in pensione.

Ci sono delle opere che ti hanno maggiormente influenzato nella stesura di Darkwing?

Credo che l’ispirazione maggiore sia venuta dai librogame di Lupo Solitario, il mio primo ciclo fantasy (tipo: “Mamma, ho avuto il ciclo!!!”). Anzi, il primo romanzo fantasy in assoluto che io abbia mai letto credo sia stato proprio “Il Massacro dei Ramas” di Joe Dever. È un autore a cui certamente devo molto perché la sua opera ha formato il primo strato fertile del mio immaginario fantastico.

Quando ho iniziato Lupo Solitario ero alle elementari. Dopo le scuole medie ho abbandonato il fantasy per diversi anni – credo di aver letto soltanto “Lo Hobbit” in quel periodo – finché nel 2001 non sono usciti i film del Signore degli Anelli e da lì ho ripreso interesse verso il genere. Visto che Darkwing inizia a formarsi proprio in quel periodo, la sua fase iniziale porta su di sé qualche segno dell’influenza tolkieniana: ad esempio gli occhi della Spada, le frecciate tra elfi e nani, le passioni nerd di Peter che erano un po’ anche le nostre. In seguito tuttavia Darkwing si discosta completamente dagli stilemi tolkieniani e high-fantasy per abbracciare una narrazione dal taglio più moderno, vicina al cinema e agli anime. Non a caso tra le mie principali fonti d’ispirazione cito sempre Berserk, e classici come I Cavalieri dello Zodiaco e I Cinque Samurai (fratello povero del precedente ma che è stato comunque un riferimento prezioso per la nascita dei Solar). Posso dire quindi che Darkwing è un’opera eclettica, figlia della cultura pop della mia generazione, e si propone di coniugare una narrazione da fantasy europeo con un prodotto di intrattenimento attuale. Guarda avanti portando con orgoglio sulla spalla le proprie origini. E poi non dimentichiamo la fantascienza, che è un altro filone della saga spesso trascurato!

Molti elementi portanti di Darkwing non vengono però dalla letteratura classica, quanto piuttosto dalle tematiche del nostro tempo. Per capire a fondo di cosa sto parlando occorre guardare al clima post-11 settembre in cui il concept della saga si è sviluppato. Darkwing ha preso forma tra il 2001 e il 2005, ovvero nel pieno del periodo seguito all’attentato delle Torri Gemelle in cui tutto il mondo si è ritrovato stretto nell’inquietudine degli attacchi terroristici di matrice islamica. Da qui la scelta di creare un eroe, nerd, sì, ma con un traumatico passato da soldato, che lo ha segnato e ha stabilito saldamente il suo odio verso ogni forma di estremismo religioso e di “guerra santa”. E chi altri poteva essere la sua nemesi se non il sommo rappresentante terreno del Dio della Morte, ovvero un fanatico con una missione che egli definisce sacra: costringere tutti ad abbracciare la sua visione dell’universo, in cui la vita umana non vale nulla se non come emanazione della volontà divina? Tutto il conflitto che esiste tra Peter e Vonatar, e quindi di riflesso la guerra tra l’Euras e Greyven (incarnazioni dell’occidente e dell’Isis), diventa quindi una metafora della richiesta di dignità dell’essere umano e del valore intrinseco della vita e della libertà delle persone, messa a confronto con la volontà di usare l’indottrinamento religioso come mezzo per schiacciare la nostra capacità di autodeterminarci. In realtà, quindi, è una cosa attualissima quella che sto dicendo. E Peter non poteva che combattere contro questo nemico, armato perfino di una Spada che sì, sarà malvagia, ma odia le divinità più di chiunque altro e in questa battaglia è sua alleata.

Hai detto che la saga di Lupo Solitario è stata tra le tue principali fonti d’ispirazione. In che modo?

Se si va ad analizzare a fondo Darkwing si ravvisano molti elementi ereditati dalle mie letture giovanili della saga di Dever. Mi colpì molto questo concetto di un ordine di monaci guerrieri dotati di particolari poteri che proteggono il loro mondo, e la contrapposizione tra due regni in cui uno rappresentava una forza positiva e l’altro era un luogo infernale. L’ispirazione per la creazione dei Solar, che in Darkwing sono i principali alleati di Peter nella sua battaglia contro varie forze oscure, strizza certamente l’occhio ai nobili cavalieri Ramas di cui Lupo Solitario fa parte. I lettori più esperti potranno scovare inoltre in Darkwing innumerevoli omaggi all’opera di Dever: ad esempio, quando dovetti dare un nome al cavallo di Peter, scelsi di chiamarlo Landar, che non a caso è il nome di battesimo di Lupo Solitario. Quando incontrai Dever e gliene parlai – accadde durante un’edizione di Mantova Comics, un annetto prima della sua scomparsa: eravamo vicini di stand – ne fu davvero sorpreso e deliziato. Fu l’unica volta in cui mi sentii mettere una mano sulla spalla e incoraggiare da un grande autore con i cui libri ero cresciuto, è un momento che ricorderò per sempre con grande orgoglio.

Anche se tutt’ora guardo a Lupo Solitario con gli occhi di un fan, devo ammettere però che non ho amato proprio ogni aspetto di quella saga. C’erano ad esempio elementi che trovavo ripetitivi, poco sviluppati o semplicemente che a un lettore di oggi possono sembrare datati. Con la mia opera credo di aver provato inconsciamente a sviluppare alcuni concetti introdotti in Lone Wolf in direzioni che Dever sembrava aver lasciato da parte.

Ad esempio, quando nelle avventure di Lupo Solitario succedeva qualcosa, era sempre lui che montava a cavallo e partiva per indagare. Di solito affrontava una serie di disavventure e alla fine sconfiggeva un Signore delle Tenebre o qualche suo seguace, o recuperava un artefatto importante. Il che aveva perfettamente senso quando era ancora l’unico Cavaliere Ramas sopravvissuto. Perfino dopo essere diventato Grande Maestro e aver ricostruito l’ordine dei Ramas, però, questa struttura continuava a ripetersi. E io mi domandavo, ma perché Lupo Solitario dev’essere sempre così solitario? Ha i suoi discepoli, ma non si fa quasi mai accompagnare. Dopo venti e rotti libri vorrei guidare in battaglia il mio maledetto esercito! Nei Solar, invece, ho voluto evitare di creare degli eroi solitari prescelti dal fato e puntare proprio sul fatto che loro sono forti perché collaborano: le loro battaglie le vincono attraverso il lavoro di squadra, una buona dose di strategia e uno spirito di corpo che a volte sfocia sul piano spirituale. Il messaggio che intendo mandare è che nessuno può salvare il mondo da solo, non esiste un unico prescelto ma ci si salva lavorando tutti insieme.

Non solo i protagonisti, ma tutto l’impianto della storia di Darkwing si pone su un piano più “terreno”. Piuttosto che un conflitto tra il Bene e il Male in senso assoluto come in Lone Wolf, ci troviamo di fronte a un conflitto sul piano politico e religioso tra due grandi imperi, dove poi andremo a scoprire che non tutti i cattivi sono semplicemente cattivi e non tutti i buoni sono poi così buoni. Ad esempio il regno di Greyven ci viene presentato come “il nemico”, ma pian piano arriviamo a capire che è composto da popoli ridotti alla fame che cercano nella guerra un modo per sopravvivere, e se si è arrivati a questa situazione è anche per via dell’egoismo dell’Euras che li ha abbandonati a se stessi in un territorio sterile piuttosto che condividere le sue abbondanti risorse; una scelta miope che ha lasciato spazio alla rivoluzione portata avanti da Vonatar, il quale ha usato la religione e il proprio carisma come strumenti per unificare le tribù delle Terre Grigie. È una visione di stampo geopolitico, di gran lunga più realistica rispetto a quella di molti autori delle precedenti generazioni in cui il Bene e il Male venivano dall’alto.

Anche il concetto dei Solar come un ordine di portata nazionale, vuole in un certo senso essere un’evoluzione della visione di Dever dei Ramas, che mi è sempre sembrata in qualche modo limitata. Nei suoi libri i Ramas erano un ordine composto da poche decine o centinaia di individui che vivevano in pochissimi monasteri di cui uno solo importante. I prescelti per entrare nei loro ranghi venivano selezionati su una base abbastanza aleatoria, quella di possedere un “talento” latente per le arti Ramas che erano un dono divino e che servivano loro per combattere contro le forze del male. Darkwing abbraccia una visione più scientifica: i radianti sono frutto dell’evoluzione, il loro talento nel manipolare gli elementi ha origini genetiche piuttosto che soprannaturali, il Radiant è una forza con tratti mistici ma anche quantificabile e il modo in cui essi usano questo potere è lasciato interamente al loro libero arbitrio, in quanto “razza” non sono figli di nessun dio se non quello che scelgono di servire. Poiché i radianti sono visti come dei diversi, nati con poteri pericolosi e instabili che i Solar insegnano loro a controllare, potrei dire che assomigliano più agli X-Men, mentre il concetto dei Ramas mi sembra più affine a quello dei cavalieri Jedi. I Solar sono, inoltre, una grande forza di pace ben organizzata e differenziata in vari corpi speciali (i servizi segreti del Talashar, i Campioni Consacrati di Valora e così via) piuttosto che un raccolto ordine monastico. E poi c’è l’elemento religioso visto non in senso metafisico ma politico, ovvero la chiesa toriana che i radianti vengono spinti a servire per non essere considerati delle schegge impazzite. Le stesse divinità sono interpretate più come dei potenti giocatori che non come le forze che hanno creato l’universo (ed è soltanto l’inizio, vi preannuncio infatti che man mano che prosegue, la saga di Darkwing si sposterà sempre più verso la fantascienza).

I maestri del genere sono tanti (Tolkien, Moorcock, Brennan…) qualè la caratteristica che rende Darkwing unico nel panorama fantasy attuale?

Mah io vorrei cominciare col dire che non mi ritengo affatto un esperto di fantasy né un meritevole critico dei suoi più grandi autori, alcuni dei quali li conosco appena; ho scelto questo genere soltanto perché mi piaceva e non voglio nemmeno mettermi sullo stesso piano di nomi così importanti anche perché non so quanto io possa paragonarmi a scrittori così distanti da me per nazionalità, background, stile e gusto in generale a parte il fatto di scrivere letteratura fantastica. Se però mi chiedi cosa penso che renda Darkwing unico, la risposta più sincera che posso darti è che possiede quella potente scintilla di iniziativa, una forza vitale che lo ha portato a perdurare tra tanti rovesci della sorte fino a ritagliarsi un posto nel cuore dei suoi lettori. Quando ho iniziato non avrei mai creduto di ottenere dei risultati degni di nota, volevo soltanto scrivere. Oggi ho al mio attivo otto titoli, migliaia di copie vendute, recensioni lusinghiere (e sopratutto vere) su tutti i principali network, lettori che mi vengono a cercare alle fiere, cosplayer, perfino. Ho visto più cosplayer di Darkwing che delle Cronache del Mondo Emerso, è una cosa a cui stento a credere. Qualche tempo fa ha aperto su Facebook un gruppo italiano di cosplayer di Darkwing. Io non c’entro, sono stati i fan. C’è gente che gira in costume a Lucca vestendosi come i personaggi della saga mescolandosi agli Spiderman e ai Naruto, e chi non li riconosce li ferma e gli chiede da cosa sono vestiti. È come percepire l’inizio di qualcosa di incredibile. Un autore non può che sentirsi onorato, vuol dire che hai toccato il cuore di alcune persone col tuo lavoro e che quella fiamma si sta spargendo.

Ho visto che Darkwing non si “accontenta” di essere una saga letteraria, ma un vero universo multimediale! Come hai avuto l’idea?

Fin dal momento in cui l’ho ideato, ho sempre pensato a Darkwing come a un brand in costante evoluzione più che come a un singolo libro. Il mondo di oggi richiede la pianificazione di un prodotto per essere competitivi; pianificazione a livello di struttura (come realizzarlo, quando lanciarlo) e di immagine. Mi è bastato entrare in questo settore per capire che un libro solo, lasciato a se stesso in un paese dove se ne pubblicano 60.000 ogni anno e dove pochi leggono, sarebbe passato inosservato; era necessario sostenerlo e rilanciarlo attraverso iniziative diversificate e l’uso dei social. Quindi la mia visione della saga abbraccia non solo i libri ma anche i prodotti correlati; in generale tutto l’approccio è più simile a quello di uno studio di produzione che non a quello di uno “scrittore che fa un libro”. Per dirtene una, quando ho scritto il soggetto della serie, anni fa, ebbi perfino l’ardire di stendere un piano editoriale che ne pianificava a grandi linee la pubblicazione, comprensivo di idee per linee di spin-off e promozione. Lo sto seguendo ancora oggi. Ed è appena all’inizio (ride in modo sinistro e si struscia le mani)

Il fatto che il tuo universo diventerà un Gioco di Ruolo non ti fa pensare che ci potranno essere delle divergenze tra l’universo “letterario” e quello “ludico” di Darkwing?

In realtà no, perché ho strutturato libri e librigame in modo che i due filoni corressero paralleli e s’incontrassero solo in alcuni snodi narrativi comuni. I libri principali stabiliscono l’andamento generale della saga, definiscono gli eventi importanti attorno a cui tutto ruota (la guerra, l’esistenza del Guardiano della Spada dai Sette Occhi e così via). I librigame li seguono dappresso sviluppando il proprio filone narrativo, come due auto che viaggiano affiancate su due corsie. Questo fa sì che ci sia osmosi tra le due trame senza che si disturbino a vicenda. Per esempio, ne La Caccia il percorso del protagonista Wyvern s’intreccia con gli eventi de La Freccia d’Oro (il terzo romanzo della serie), ma non per questo le due storyline si contraddicono. Anzi, La Caccia arricchisce La Freccia d’Oro di alcuni dettagli importanti ricollegandosi a delle sottotrame che il romanzo lascia aperte. Ho perfino inserito delle sottotrame e dei personaggi secondari nei libri con l’intenzione di svilupparli attraverso DLC, fumetti e librigame. Va da se’ che un approccio di questo genere richiede un enorme lavoro di pianificazione. Lo ammetto, sotto questo punto di vista sono instancabile e anche un pochino ossessivo!

Grazie a un’imminente novità, il tuo universo entrerà nel mondo ludico, potresti dircene un po’ di più?

Era ormai diverso tempo che desideravo realizzare una conversione di Darkwing in gioco di ruolo, ma non riuscivo a decidermi su quale fosse il formato migliore. Abbiamo valutato diverse opzioni: un gioco di carte? Troppo ambizioso. Un gioco da tavolo? Troppo costoso (forse in futuro!). Un manuale per D&D? Derivativo, avrebbe adombrato l’originalità di Darkwing senza poter competere con i prodotti più ufficiali. Stranamente non avevo tenuto in debita considerazione proprio il genere che mi aveva iniziato al fantasy, i librogame, ritenendolo un qualcosa di passato di moda, che apparteneva a un’altra epoca. Nonostante questo, circa tre anni fa mi viene l’idea di un librogioco e inizio a buttare giù il prologo, ma solo per divertimento. Invece nel 2016, quando è uscita La Freccia d’Oro e io avevo già pronta una bozza della parte iniziale de La Caccia, comincio a sentire i proverbiali “sussurri di un’ombra a est” e vengo a scoprire che i librogame stanno tornando alla ribalta. Nel 2017 pubblico i DLC e mi rendo conto che il fenomeno librogame sta tornando alla ribalta; parlo in fiera della possibilità di realizzare un librogame di Darkwing e vedo accendersi un grande interesse, anche da parte di molti giocatori e operatori del settore che non hanno mai letto i miei libri. Capisco allora che è il momento perfetto per questa scommessa e che un librogame è un prodotto con un grande potenziale per allargare il nostro pubblico. Per tutto il 2018 ho lavorato a ritmo serrato su questo progetto, scrivendo sia il regolamento che la prima avventura di Wyvern, e ora arrivo a Lucca con questa nuova proposta che io spero piacerà ai miei lettori e non. Mi rendo conto che si tratta di una nicchia con dei competitor più famosi e potenti con cui confrontarsi, ma io penso che il librogame di Darkwing abbia una marcia in più per alcune meccaniche di gioco che i lettori troveranno interessanti: principalmente la possibilità di giocare in due modalità (semplice ed expert con un manualetto a parte, aggiornabile via internet), la ricchezza del sistema di combattimento e la possibilità di instaurare relazioni con i PNG, che saranno ben più di semplici comparse. In più ci sono eventi con conseguenze sulla trama, achievement e trofei da completare e oggetti da collezionare. Ho cercato di partire fin dalla fase di design da una visione più moderna rispetto ai librogame degli anni ‘90: il mio scopo era creare un libro interattivo in cui ogni azione che il lettore fa compiere al proprio personaggio contribuisce a plasmarlo e a rendere unico il finale, non una semplice storia a bivi con scelte limitate che servono solo ad arrivare a un finale prestabilito. Mi sono ispirato al mondo dei videogiochi, principalmente la saga di Dragon Age. In più il romanzo può contare sulle illustrazioni di Rita Micozzi, che io trovo abbia fatto un lavoro magnifico nell’arricchirlo con la propria arte.

Ci hai parlato dei legami tra la tua opera e quella di Dever, sei stato influenzato anche nella stesura de “La Caccia” da questo autore?

Ho grande rispetto del lavoro di Dever, ma non per questo è mia intenzione cercare di imitarlo. La Caccia ha un taglio del tutto diverso. Intanto si concede un po’ più di umorismo, ha qualche scena piccante e in alcuni punti infrange addirittura la quarta parete, cosa che Lupo Solitario non ha mai osato fare. Ma oltre a tutte le cose già dette, c’è un elemento che ho voluto a tutti i costi evitare: dare ai librogame lo stesso protagonista dei romanzi.

Onestamente non so se la saga di Lone Wolf sia nata nell’uno o nell’altro modo. Io l’ho conosciuta soprattutto attraverso la prima edizione dei librogame, ma sarei curioso di sapere quanto di quell’opera fosse frutto della visione di Dever e quanto invece dell’esigenza di adattare il suo progetto a una serie di romanzi interattivi destinati a un pubblico giovanile. Sospetto che Dever abbia dovuto diminuire diversi aspetti della sua visione dell’opera per serializzarla in librogame perché dopo averne giocati 20 o 25 presi finalmente in mano una raccolta italiana di cinque suoi romanzi. La lessi e mi fece storcere il naso. C’erano una serie di concetti filosofici, alcuni dei quali un po’ ostici, che nei librogame erano del tutto assenti, ma soprattutto molti elementi della storia erano diversi, c’erano personaggi che fino a quel momento per me erano del tutto sconosciuti e questo mi trasmise un senso di confusione, più o meno quello a cui tu ti riferivi quando parlavi di divergenze tra l’universo narrativo e quello ludico. Era una riscrittura totale della saga che conoscevo, che mi fece capire che la storia che avevo letto finora non era quella che l’autore sembrava davvero voler raccontare. L’origine di questo “spaesamento” stava nel fatto che i librogame e i romanzi avevano lo stesso protagonista ma seguivano due sviluppi narrativi molto diversi. Ma allora per l’autore qual era la storia ufficiale? Poiché vedo Darkwing come un unicum, quando ho deciso di dare inizio a una linea di librogame, ho pensato da subito che fosse meglio fare una scelta diversa: il lettore non avrebbe interpretato il ruolo di Peter, anzi, sarebbe stato suo avversario. La storia del Guardiano sarebbe rimasta quella che fa da apripista, ma volevo dare ai lettori la possibilità di forgiare la propria leggenda, senza influenzare troppo le vicende che io intendo raccontare nei romanzi. Da qui l’idea di usare i Solar (che offrono possibilità infinite per la generazione di nuovi personaggi) e di creare un nuovo eroe di nome Wyvern che i lettori possono personalizzare come vogliono, scegliendone sesso, razza, poteri e abilità.

Adesso, parliamo un po’ del genere fantasy, più particolarmente delle produzioni italiane: da qualche anno, ci sono alcuni autori che hanno firmato delle opere molto interessanti, con tanto di antologie e romanzi. Ci sono addirittura delle case editrici specializzate in fantasy e generi imparentati. Cosa pensi di quest’ondata di autori fantasy “nostrani”?

Penso che tutti abbiano il diritto di scrivere e pubblicare ciò che vogliono, e che qualsiasi proposta meritevole andrebbe valorizzata. Noi in realtà in Italia abbiamo moltissimi autori di fantasy alcuni dei quali di grande talento ma il mercato librario è dominato da pochi editori potenti e da saghe fantasy principalmente d’importazione. Nulla contro gli autori esteri, ma penso che dovremmo compiere maggiori sforzi per far conoscere, sia in Italia che all’estero, il nostro patrimonio di letteratura fantastica e anche attingere di più alla nostra cultura popolare. Una saga che in questo senso mi è piaciuta tantissimo per la sua originalità è Eternal War di Livio Gambarini, mentre io e mia moglie Rita abbiamo cercato di fare qualcosa per conto nostro con Dershing (Plesio Editore), la saga gemella di Darkwing ambientata in una versione re-immaginata delle Marche in cui vivono i draghi e altre creature fantastiche. Plesio è uno degli editori fantasy italiani più interessanti al momento per quanto riguarda i nostri autori.

Secondo te, il revival attuale dei generi fantasy e fantascientifico saranno duraturi o si tratta di un fenomeno di moda?

Il fantasy non è mai passato di moda ed è stato rivitalizzato moltissimo nelle ultime due decadi da grandi autori, cinema e sceneggiati televisivi. Non c’è ragione per pensare che debba estinguersi.

Quali consigli daresti a un autore che vuole scrivere fantasy?

Scrivere thriller. Ma se non vuole scrivere thriller, dovrebbe armarsi di una buona dose di santa pazienza, lavorare a fondo sulle proprie abilità di scrittore senza cercare di bruciare le tappe o raggiungere subito il successo, cercare di ascoltare le critiche e focalizzarsi sul migliorare il proprio lavoro invece che invidiare il successo di qualcun altro. A meno che non vi facciate crescere la barba e iniziate a scrivere thriller, allora diventerete all’istante famosi in tutto il mondo.

Sicuri di non voler scrivere thriller?

C’è qualcosa che vuoi dire ai nostri lettori?

Siate curiosi. E coraggiosi. Il mondo ha bisogno di liberi pensatori che studiano, approfondiscono e si informano, che non mangiano la pappa fatta. Un genere letterario è soltanto un linguaggio, come tanti. Quello che conta davvero sono i messaggi… e il saperli cogliere!

Grazie Davide!

Vi ricordo, cari amici, che potete ritrovare Davide e tutto l’universo di Darkwing sul sito ufficiale, su Facebook e Twitter. Se avete la fortuna di poter andare al Lucca Comics and Games a fine mese, non dimenticate di venire a salutarlo!

Un pensiero riguardo “Intervista a Davide Cencini

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